Cosa ci dicono le neuroscienze sul digitale e l’apprendimento
Perché la Svezia ha ridotto il digitale nelle scuole e cosa ci insegna questa scelta?
La Svezia ha scelto di tornare a privilegiare libri cartacei e scrittura a mano nelle scuole perché le neuroscienze mostrano che, nei primi anni, l’uso eccessivo di tablet e schermi può ostacolare lo sviluppo di competenze fondamentali: lettura, scrittura, attenzione, memoria e regolazione emotiva. Non è una scelta nostalgica, ma una decisione coerente con il funzionamento del cervello in via di sviluppo.
Una scelta che riapre il dibattito sull’educazione
Come ho scritto nell’articolo pubblicato su Libero Quotidiano il 4 maggio 2026 e ripreso qui per i lettori de Il Cammino Pedagogico, la recente decisione della Svezia di fare retromarcia sull’utilizzo degli strumenti digitali nelle scuole, tornando a privilegiare i libri cartacei, ha riacceso un dibattito che va ben oltre la tecnologia. Non si tratta di una decisione nostalgica, ma di una scelta che trova le sue basi negli studi neuroscientifici applicati all’ambito pedagogico. L’esaltazione per il digitale in ambito educativo degli ultimi anni ha ignorato la consapevolezza sui processi di apprendimento e sul funzionamento del cervello. Le scuole hanno investito sempre di più su tablet e schermi che sono stati introdotti precocemente, con l’idea che familiarizzare con la tecnologia fosse un vantaggio per stare al passo con le richieste della società contemporanea. Gli studi mostrano un dato sempre più chiaro: l’eccesso di digitale nei primi anni di scolarizzazione può ostacolare lo sviluppo di competenze fondamentali.
Come impara a leggere e scrivere un bambino: la chiave evolutiva
Per comprendere il senso della scelta svedese occorre guardare al funzionamento del cervello negli anni dell’infanzia. Come impara a leggere e a scrivere un bambino?
Occorre far riferimento a una chiave di lettura evolutiva: il passaggio dall’oralità alla scrittura, come magistralmente ci illustra l’antropologo Walter Ong, si basa su millenni di storia e ha trasformato progressivamente il pensiero, riorganizzando i circuiti cerebrali, per giungere lentamente alla capacità di astrazione. A ciò si affianca il contributo delle neuroscienze. Gli studi del neuroscienziato Stanislas Dehaene ci dicono che la lettura non è una capacità innata: essa si costruisce attraverso un processo di “riciclaggio neuronale”, in cui neuroni visivi originariamente deputati al riconoscimento degli oggetti vengono progressivamente riorganizzati per riconoscere lettere e parole.
Ciò che è avvenuto nella storia dell’umanità si ripete oggi, in forma accelerata, in ogni bambino che impara a leggere e scrivere e che ripercorre, in un paio d’anni, un’acquisizione che la specie umana ha costruito lentamente nel tempo.
Perché serve gradualità ed esperienza concreta
Questo processo evolutivo è delicato e richiede tempo, gradualità e soprattutto esperienza concreta non mediata dalla realtà virtuale. Gesto, movimento e coordinazione oculo-manuale sono le premesse per l’approccio alla letto-scrittura e per la costruzione del pensiero simbolico. Il bambino deve allenare tutti quei circuiti cerebrali che gli permettono di abitare la realtà e solo successivamente, nel passaggio da oralità a scrittura, metterà in relazione il segno grafico con il suono, attraverso un’attività che coinvolge simultaneamente: percezione visiva e uditiva, linguaggio, motricità e governo del gesto.
È così che il bambino dà forma scritta alle parole.
Libro cartaceo e schermo: due esperienze cognitive diverse
In questo quadro, il libro cartaceo e la scrittura a mano offrono un’esperienza motoria e cognitiva insostituibile, adeguata alla lentezza di cui il cervello umano necessita.
La pagina da toccare e sfogliare, la possibilità di tenere il segno sulla pagina scorrendo con il dito sul rigo, offrono una stabilità spaziale che aiuta il cervello a:
- orientarsi nello spazio
- trasformare i concetti topologici in concetti topografici
- costruire mappe mentali
- sviluppare la memoria
Cosa accade con lo schermo
Lo schermo, al contrario, riduce esponenzialmente il contributo motorio. Non offre al cervello le condizioni per creare quelle connessioni neurali su cui strutturare i futuri apprendimenti cognitivi, tende a frammentare l’attenzione e a ridurre la capacità mnemonica. E sul piano emotivo? Riduce la capacità di reggere le frustrazioni, con un conseguente aumento dell’ansia.
Il bambino “pensa con le mani”: l’eredità di Maria Montessori
Le neuroscienze hanno ormai superato ogni visione dualistica: mente e corpo non sono separati, e costituiscono un sistema integrato. Come evidenziato da Maria Montessori — che potremmo definire la prima neuropedagogista della storia — il bambino “pensa con le mani”.
La scrittura a mano non è un semplice esercizio grafico, ma implica:
- pianificazione motoria
- controllo attentivo
- coordinazione oculo-manuale
- attivazione di circuiti neurali complessi
Sostituirla troppo presto con la digitalizzazione significa impoverire questo processo: si indebolisce la memoria ortografica, si riduce la capacità di organizzare il pensiero in modo sequenziale e si compromette quella lentezza operativa che favorisce la riflessione e la comprensione profonda del testo. Inoltre, viene meno l’integrazione tra percezione, azione e rappresentazione mentale che è alla base di un apprendimento stabile e duraturo. La grafia è anche il canale in cui l’emotività del bambino si manifesta e si rende leggibile.
La scelta della Svezia: un atto di responsabilità educativa
La scelta della Svezia appare quindi come un atto di profonda responsabilità educativa: riportare al centro strumenti coerenti con il funzionamento del cervello in sviluppo.
La scuola, in fondo, dà forma al cervello attraverso la qualità delle esperienze proposte. Le neuroscienze ci mostrano che la plasticità neuronale rende il cervello dei bambini estremamente sensibile agli stimoli ambientali: ciò che proponiamo nei primi anni di vita lascia tracce profonde e durature. Il libro cartaceo e la matita, dunque, sono dispositivi cognitivi complessi. Tornare a essi è fare ritorno a ciò che è funzionale ed efficace all’apprendimento.
Tecnologia e progresso: una riflessione necessaria
Spesso tendiamo a identificare la tecnologia con il progresso e l’evoluzione. Ma lo sviluppo umano non segue le logiche di mercato: segue le leggi biologiche del cervello. Ignorarle significa rischiare un’involuzione mascherata da innovazione. Il dibattito acceso in Svezia — tra chi teme che ridurre il digitale possa compromettere la competitività futura e chi sottolinea i rischi cognitivi dell’iperstimolazione tecnologica — mette in luce proprio questo nodo: non tutto ciò che è disponibile è automaticamente educativo.
Preparare i bambini al futuro non significa anticipare strumenti, ma costruire competenze solide che contemplino e rispettino tutte le dimensioni dell’essere umano. Nessuna competenza digitale può essere strumento di valore se non si basa su solide radici di pensiero critico e consapevolezza emotiva.
Come apprendono i bambini di oggi?
La scelta della Svezia ci sta mettendo di fronte a una profonda domanda di senso pedagogico: come apprendono i bambini di oggi? E la risposta, ora più che mai, sembra passare ancora una volta da un baccello di fagioli da sgranare e da una pagina da sfogliare.
Dott.ssa Laura Mazzarelli, Pedagogista
Approfondimento · Formazione Pedagogica
Per continuare a riflettere su come accompagnare i bambini nel loro sviluppo cognitivo ed emotivo nel rispetto dei tempi del cervello, ti invito a scoprire il webinar dedicato al passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria:
FAQ · Domande frequenti
Perché la Svezia ha ridotto l’uso del digitale nelle scuole?
La Svezia ha rivisto la sua strategia educativa dopo aver constatato, attraverso ricerche e osservazioni, che l’introduzione
precoce e massiva di tablet e schermi nei primi anni di scolarizzazione poteva ostacolare lo sviluppo di competenze
fondamentali come lettura profonda, scrittura, attenzione e memoria. La scelta è basata su evidenze neuroscientifiche e
pedagogiche, non su una posizione ideologica.
A che età è opportuno introdurre il digitale a scuola?
Non esiste un’età unica valida per tutti, ma le neuroscienze suggeriscono che nei primi anni di vita e nella prima
scolarizzazione il cervello del bambino ha bisogno soprattutto di esperienza concreta, manipolativa e relazionale. Il
digitale può essere introdotto progressivamente quando le basi cognitive — letto-scrittura, attenzione, pensiero simbolico
— sono consolidate, e sempre come strumento, mai come sostituto dell’esperienza.
Scrivere a mano è davvero diverso dallo scrivere al computer?
Sì. La scrittura a mano attiva contemporaneamente pianificazione motoria, controllo attentivo, coordinazione oculo-manuale,
percezione visiva e uditiva. Questa integrazione plasma circuiti neurali che la digitazione su tastiera o touchscreen non
sollecita allo stesso modo. Per questo la scrittura manuale favorisce memoria ortografica, comprensione del testo e
capacità di organizzare il pensiero in modo sequenziale.
Cos’è il “riciclaggio neuronale” di Stanislas Dehaene?
È il processo descritto dal neuroscienziato secondo cui imparare a leggere significa riconvertire neuroni visivi
originariamente specializzati nel riconoscimento di oggetti, perché diventino capaci di riconoscere lettere e parole. Questo
riciclaggio richiede tempo, ripetizione ed esperienza concreta — condizioni che il libro cartaceo offre più dello schermo.
Il digitale è quindi sempre dannoso per i bambini?
No. Il problema non è il digitale in sé, ma il suo uso precoce, eccessivo e sostitutivo dell’esperienza concreta. Quando lo
schermo prende il posto del gesto, della pagina, della relazione e del tempo lento, il rischio è impoverire i processi
cognitivi ed emotivi. Quando arriva al momento giusto, in misura equilibrata e con consapevoezza, può essere un’ulteriore risorsa.




