Lo sguardo consapevole dell’adulto
L’osservazione di un bambino non è mai neutra. Ogni sguardo porta con sé l’io che osserva, con le sue percezioni, i suoi filtri, la sua storia, le sue proiezioni. Non possiamo mettere da parte chi siamo mentre osserviamo: possiamo però fare un lavoro attento e consapevole su come guardiamo.
Calvino e la domanda decisiva: chi sta guardando chi?
Italo Calvino, in Palomar, ne dà una sintesi perfetta:
“Come si fa a guardare qualcosa lasciando da parte l’io, di chi sono gli occhi che guardano? Di solito si pensa che l’io sia un io che è affacciato ai propri occhi come al davanzale di una finestra e guarda il mondo che si distende in tutta la sua vastità, lì davanti a lui … Dunque c’è una finestra che si affaccia al mondo, di là c’è il mondo e di qua sempre il mondo, cos’altro volete che ci sia, un pezzo di mondo che sta guardando un altro pezzo di mondo.”
Il rischio delle etichette: quando l’adulto “costruisce” il bambino
Questo chiede una grande responsabilità: riconoscere il nostro punto di vista, prima ancora di interrogarci su quello del bambino.
Il rischio più grande infatti è non accorgersi di costruire etichette sui bambini. Etichette che confermano l’adulto nella sua visione, restituiscono all’esterno (insegnanti, colleghi, genitori) un’immagine parziale e, soprattutto, limitano il processo di crescita del bambino.
L’escalation dell’etichetta: dall’impressione al giudizio
La questione dell’etichetta segue spesso un’escalation precisa. Vediamola insieme.
Una prima impressione superficiale su un comportamento del bambino può trasformarsi rapidamente in un giudizio. Il cervello prende quel comportamento, lo isola dal contesto e lo utilizza come chiave di lettura dell’intero bambino. La mente, che per sua natura cerca coerenza, va a raccogliere tutte le conferme di quel giudizio, che così si consolida e diventa etichetta: “È disordinato”, “È capriccioso”, “È aggressivo”.
A questo punto entra in gioco anche il sistema limbico. Quel bambino mi mette in difficoltà? Mi fa sentire incompetente o impotente? Se l’emozione che si prova è spiacevole, il cervello cerca una spiegazione per abbassare la tensione interna. L’etichetta diventa allora una forma di protezione dell’identità adulta: giustifica le reazioni e placa il disagio.
Quando salta la relazione: rigidità, distanza, impotenza
L’etichetta crea così una visione limitata e parziale del bambino. Lo si guarda sotto il faro della percezione giudicante e si perdono di vista le sue qualità, le sue risorse, le sue potenzialità.
Ed è a questo punto che salta la relazione. Il nostro atteggiamento diventa ristretto, rigido, parziale. Si indebolisce la responsabilità adulta nel sostenere il processo di crescita del bambino, perché il nostro modo di stare con lui non è più funzionale.
Questo circolo vizioso alimenta ulteriormente il giudizio: il malessere dell’adulto viene attribuito al bambino che a sua volta, sperimenta il blocco delle proprie possibilità di evolvere in modo armonico.
È importante dirlo con chiarezza: il problema non è che il cervello funzioni così. Il problema è non accorgersene. Occorre diventare consapevoli dell’etichetta e trasformarla. Ad esempio, “è timido” può diventare: “Ha ancora bisogno di essere accompagnato a vivere serenamente alcune interazioni con gli altri”. “È aggressivo” può trasformarsi in: “Ha bisogno di essere sostenuto nel riconoscere e consapevolizzare la sua rabbia”. “È disordinato” diventa: “Va accompagnato nell’organizzare il proprio spazio e il proprio materiale”.
Si apre ora una domanda potente e profondamente educativa: Come posso favorire questo processo? Cosa devo educare di me per accompagnare questo bambino?
Dal “com’è” al “di cosa ha bisogno”: cambiare linguaggio, cambiare sguardo
Il processo di crescita del bambino, infatti, non è mai scisso da quello auto-educativo dell’adulto. Cambiare sguardo significa rimettere in discussione il proprio ruolo, accettare di potersi essere sbagliati, tollerare l’incertezza. È un lavoro faticoso, ma necessario.
Il lavoro di riflessione sull’azione educativa, da parte degli adulti in qualsiasi ruolo essi si trovino (genitori o insegnanti), rompe il circuito dell’etichetta, aumenta la consapevolezza, cambia la prospettiva. Educare è coltivare uno sguardo adulto capace di interrogarsi, di restare aperto, di trasformarsi.
Di tutto questo è fondamentale tenere conto nel tempo delle valutazioni e delle pagelle.
Laura Mazzarelli
Per appronfondire: Webinar registrato – L’osservazione, uno sguardo consapevole sul bambino




