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“Scuola dell’infanzia” è questo il suo nome

Obiettivo: favorire il processo evolutivo dei bambini dai 3 ai 6 anni

Si chiama “Scuola dell’Infanzia” non “la materna”:
perché non si fa maternage,
perché si sta riscoprendo anche il fondamentale ruolo della paternità,
perché ci lavorano delle insegnanti con l’obiettivo di favorire l’apprendimento dai 3 ai 6 anni.

Si chiama “Scuola dell’Infanzia” non “asilo”:
perché non stiamo parlando di un parcheggio a ore in cui qualcuno ha bisogno di ospitalità e accudimento.

“Scuola dell’infanzia” è questo il suo nome: nominare un qualcosa in un modo piuttosto che in un altro le restituisce maggiore o minor dignità, perché la parola crea.

Il bambino frequenta la scuola dell’infanzia perché lì compie il suo processo evolutivo dai 3 ai 6 anni, in un ambiente sociale pensato per lui, a sua misura. E’ proprio in questi tre anni che lo sviluppo della sua area motoria, emotiva, relazionale, cognitiva, etica e sociale evolve per permettergli poi di affacciarsi alla scuola primaria. Non sono gli anni in cui deve imparare a leggere e a scrivere per arrivare già pronto in prima, la crescita non è una gara nè un’anticipazione di tappe per sedare l’ansia degli adulti. Tutt’altro, sono gli adulti che devono imparare a stare di fronte allo sviluppo del bambino, in questi tre anni, coi suoi comportamenti apparentemente illogici e irrazionali. Dapprima egli vive pienamente la sua dimensione egocentrica e poi lentamente impara a tenere conto anche delle prospettive altrui.

Alla scuola dell’infanzia NON si va per fare il lavoretto da portare a casa, per imparare la poesia da recitare a memoria alla festa della mamma, per sorridere su un palco alla recita di Natale, non si va per compiacere il genitore, non si va per fare i bravi e per mangiare tutto.
Alla scuola dell’infanzia si va per misurarsi con i coetanei, per imparare a superare una frustrazione, per essere autori e attori, per imparare a stare nei margini ma anche a rompere gli schemi, per misurarsi con un gruppo umano in cui ciascuno è protagonista della propria crescita, per sapere che esiste un “io” che si sviluppa all’interno di un “noi”, per imparare a raccontare non “cosa ho fatto” ma “come l’ho fatto”, per dare un nome alle emozioni. Per promuovere l’autonomia e nutrire l’autostima, perché senza queste due premesse tutto il resto sarà una rincorsa in salita.

È una scuola anche per gli adulti: per gli insegnanti che non smettono mai di vivere il gioco come la cosa più seria di tutte, di raccogliere e trasformare emozioni, di tenersi nella mente e nel cuore 25 processi educativi in simultanea.
Ma anche per mamma e papà, perché possano guardare i bambini nella loro unità e nella loro originalità, per fargli vivere che lo sviluppo del bambino determina anche uno sviluppo da parte dell’adulto, per condividere l’esperienza di far parte di una comunità educante.

Dott.ssa Laura Mazzarelli

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