QUANDO IL BAMBINO CI SFIDA ...

Da tanti genitori emerge questo tema: “Il bambino mi sfida” “Lo fa apposta per mettermi alla prova” “Aspetta e guarda la mia reazione”. Come viviamo tutto ciò? Ma soprattutto siamo proprio sicuri di dare a quel loro comportamento la giusta interpretazione?
Il bambino a due anni entra fisiologicamente in una fase critica che durerà per qualche tempo, in cui cerca con tutto se stesso di costruirsi la propria identità e di manifestarsi come individuo separato dall’adulto.
Come può farlo a partire dagli strumenti che possiede? Se ci fermiamo a riflettere non ha ancora un linguaggio articolato, non ha capacità metacognitiva, l’unico strumento a cui fa affidamento per relazionarsi e conoscere il mondo è il suo corpo (picchia, morde, abbraccia, pesta i piedi, coccola…), è immerso in un mondo per lui totalmente fluttuante e magico in cui tutto si basa su “IO, MIO, NO!”.


Come può costruirsi l’identità se non misurandosi con l’adulto? Un adulto che di punto in bianco non lo riconosce più e si ritrova con un bambino che prima era da accudire a un bambino che adesso si arrabbia tremendamente se non gli viene concesso di fare tutto da solo e come desidera. Il genitore molto spesso resta tarato sul vecchio schema, ovvero quello di provvedere ai bisogni primari del bambino “mangiare, dormire, la cura igienica, ecc…” e il bambino in questo contenitore così stretto non ci sta più!


Egli si sta affacciando al mondo, è sempre più padrone del suo movimento e sta verificando che il linguaggio, benchè con poche parole, ha una portata sociale. Il bambino chiede di esprimersi, di essere attore e non spettatore della costruzione del suo percorso esistenziale. Fateci caso, tantissime volte i bambini ci dicono:“Mamma, guardami!”, “Guarda Maestra guarda!”. Ed è proprio un: “Guarda me, io esisto, io sono competente, io ci sono!”.
Il bambino non ci sta sfidando, il bambino sta costruendo la sua identità.
Provate a rileggere quest’ultima frase e a ad ascoltare come cambia il sentimento dentro di voi. Se lo leggiamo come sfida allora succede che ci sentiamo minati alla base: scatta la paura, il timore di perdere l’autorità e proiettiamo già tutto all’adolescenza “se fa così a tre anni figurati a quindici, bisogna che lo metta subito in riga!” “Deve capire!”. Non ci va proprio giù che un esserino così piccolo riesca a farci vacillare nel nostro ruolo di adulti, ci fa una paura tremenda l’idea di non essere rispettati, ci spaventiamo perché non lo riconosciamo più e cerchiamo di riportarlo nei ranghi con un’urlata, un castigo, a volte una sculacciata (che giustifichiamo dicendo che non ha mai fatto male a nessuno e che anche noi siamo stati cresciuti così eppure non siamo traumatizzati).

 

Pena il nostro senso di colpa e la nostra sensazione di essere sguarniti di strumenti e completamemte in balia degli eventi. A quel punto occorre fermarsi perché se noi siamo in balia delle nostre emozioni, il bambino non ce la può fare a procedere con serenità e continuerà a mettere in atto comportamenti per verificare se siamo coerenti (il no diventa si?), per accertarsi che lo amiamo incondizionatamente nonostante il suo atteggiamento provocatorio, per sentire se quell’adulto è per lui un porto e un faro o se come lui è in balia delle onde.


Allora in quest’ottica, nell’essere collaboratori nella costruzione della sua identità e della sua unicità, cerchiamo di coltivare in loro l’AUTOSTIMA. Perché un individuo con una buona autostima saprà farsi rispettare senza rancori, sarà consapevole del proprio valore e di ciò che porta nel mondo. Perché un adulto con una buona autostima, integro, libero, non proverà invidia, la tossicità che si respira in tanti luoghi di lavoro al giorno d’oggi ne è solo un esempio. Coloro che possiedono una buona consapevolezza di se stessi saranno felici dei successi altrui, coloro che da bambini hanno imparato a scegliere fidandosi di se stessi e sostenuti dagli adulti di riferimento, rimarranno più difficilmente impantanati davanti a una decisione.


Coloro che da bambini hanno avuto la possibilità di abbinare vestiti con colori che fanno a pugni tra loro non hanno rinunciato per sempre al senso estetico, ma hanno scelto a partire dal fatto che il colore ha una risonanza emotiva, hanno scelto per come si sentivano in quel momento, hanno risposto a un loro modo di essere, non ci hanno sfidati. Forse i bambini ci stanno insegnando che qualche volta si possono rompere gli schemi, che possiamo lasciar andare la sfida percepita sul piano egocentrico e personale, il che non significa assolutamente fargli fare tutto ciò che vogliono , ma significa DI-VERTIR-SI con loro cioè, cambiare direzione!

Dott.ssa Laura Mazzarelli

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